In ricordo della Norma, una delle vittime di Cardoso, e degli altri 13 morti del 19 giugno 1996
La notte della vigilia e la prima mattina del 19 giugno 1996
Stazzema_ Posai nel fondo di casa la mountain-bike dopo essere rientrato da Pruno. Allora non avevo ancora sperimentato il piacere della bici da corsa che a tutt'oggi prosegue, anche se con ridotta frequenza. Ripassando da Cardoso non vidi più la Norma seduta sulla panchina di pietra. Nel primissimo pomeriggio del giorno seguente i canali del Versiglia e della Capriola, a causa dell'effetto castoro, tracimarono dagli argini nella misura di quando si rompe improvvisamente lo sbarramento di una diga. Un gorgo ribollente di fango e di acqua trasformò la strada in un grande fiume che portò via la Norma e le altre undici persone, fra le quali due bambini, Giulia e Alessio, e diverse case di Cima Cardoso e quelle che erano lungo i centocinquanta metri di strada che separano il Mulin del Cinto dalla chiesa di S. M. Assunta, versante destro del torrente Cardoso, che assume questo nome dopo la confluenza dei canali Versiglia e Capriola proprio in prossimità del Mulin del Cinto. La chiesa restò preservata dal disastro così come il monumento ai caduti. Divenne avamposto per la ricostruzione materiale ma anche psicologica della comunità. Non si salvò invece gran parte della canonica. Dell' abitazione del Togno e della Beatrì, i miei nonni, il fiume tracimato sulla strada si prese la metà del manufatto e la Norma. Pare che fosse alla finestra del corridoio che si affacciava sulla pubblica via quando venne a prenderla il mostro d'acqua. Una furia mai vista e totalmente inimmaginabile la sbottacciata immane che risucchiò tutto. Una parete d'acqua che travolse persone e abitazioni, cancellò memorie famigliari e segnò di rovine la frazione stazzemese e con diverse gravità strutturali il territorio della Versilia storica, sino al mare. La sera di quel mercoledì Cardoso non c'era più, stravolto e sommerso da una fiumara grigia e marrone che si era posata sopra il piano stradale depositando almeno uno spessore di due metri di detriti, se non di più.
Durante la notte tra il martedì e il mercoledì mattina iniziò a venir giù una pioggia fortissima in uno scenario di guerra: lampi, tuoni e fulmini! La pioggia veniva giù ben oltre la colorita e usuale espressione "come Dio la manda". Di più! L'intensità della pioggia assomigliava a un rovesciamento torrenziale, come l'acqua fosse versata da un immenso recipiente in cielo. Alle sei un quarto mi alzai per andare a lavorare presso l'Officina Guglielmi, a Querceta. Ricordo che c'era tanto lavoro da soddisfare. Si iniziava alle sette per uscire alle diciassette, facendo un'ora di straordinario. Mia moglie mi disse, considerata la pioggia, che avrebbe lasciato dormire Barbara e Simone, che non li avrebbe mandati al centro estivo che si svolgeva a Pontestazzemese. I rumori di piena del Torrente Mulina e del Canale di Robbio si sentivano chiaramente in casa, nonostante le finestre fossero chiuse. Malgrado la poca luce di quella mattinataccia, provai a guardare fuori per rendermi conto com'era il Mulina al Ponte degli Orti, località dove abitavano i miei genitori. Non riusci a vedere granché, mentre quando salii in macchina mi resi conto che il Canale di Robbio (o delle Rave) era molto ingrossato. Pioveva forte, ma l'intensità a quell'ora mi parve rallentata, non diversa da quella che avversa le mattine di maltempo. Mi fermai a Ripa per comprare il quotidiano Tuttosport. Non era stato ancora distribuito. Pioveva in maniera normale. Decisi allora di andare a prendere il giornale a Querceta, presso l'edicola all'incrocio sull'Aurelia. A quel tempo non potevo restare un giorno senza la lettura di Tuttosport e all'edicola sull'Aurelia i quotidiani erano distribuiti prima di quanto avveniva nelle rivendite a monte della linea ferroviaria. Lasciai l'auto nei pressi dello storico ex passaggio a livello di Querceta, attraversai il sottopassaggio e comprai il quotidiano sportivo. Pioveva meno che a Ripa. Ritornai all'auto senza particolari problemi per evitare di bagnarmi. L'ombrello mi parava benissimo da una semplice pioggia.
Alle sette avviai il tornio e iniziai la mia giornata di lavoro. Era la mattina del 19 giugno 1996. ( Continua )
Giuseppe Vezzoni