Stazzema. Dopo la perdita delle vite umane, la distruzione dei manufatti che erano rimasti fino al 1996 come testimoni della storia che nei secoli si era dipanata lungo i torrenti dell'Alta Versilia è decisamente il costo più alto pagato all'alluvione dalla comunità di Stazzema. Sebbene in questi tre decenni si sia riusciti a non evidenziarlo con quella accuratezza che invece sarebbe occorso fare attraverso un attento resoconto delle perdite ma soprattutto con una profonda riflessione su cosa questo impoverimento della memoria antropica abbia provocato nel sentire di chi aveva vissuto gran parte dell'esistenza con negli occhi un passato che dell' utilizzo acqua ne ha fatto una ragione di crescita e di radicamento sociale, per mestieri e attività sviluppate. Comunità che nel giro di un attimo hanno visto così brutalmente recidere il legame stretto col tempo anche attraverso i manufatti idraulici e che sono state obbligate da una calamità naturale a tenere lo sguardo su un'immagine improvvisamente stravolta dei luoghi in cui avevano ancorato il loro vivere. Il doversi rialzare da capo alla vita senza più trovare quello ieri strappato violentemente repentinamente dai borghi è una condizione che non ha facilitato quel farsene una ragione da cui velocemente riprendersi. La rassegnazione, nemmeno a distanza di trent'anni non può prevalere in chi ha ancora vivo negli occhi il perduto e lo rivede laddove è stato dissolto.
Iniziamo dall'opera di captazione che a Cardoso chiamano " Traccia". E' una gora munita di copertine, realizzate tra il 1943 e il 1947 tramite l'impasto del cemento con la ghiaia ricavata presso i diversi greti dei canali, nove, che alimentano la condotta. Il manufatto si snoda ad una quota intorno ai 400 metri o poco più sul livello del mare per una lunghezza di 2 chilometri. Diviso equamente in due distinte condotte della stessa lunghezza che dipartono dal bottaccio delle Prade: una direzione a sud est, l'altra a nord ovest. L'invaso è il punto di congiunzione delle due condotte dà l'unità all'intera opera. Il manufatto della Traccia incide orizzontalmente i boschi sopra Cardoso che vanno dal Procinto, a sud est, alla Pania, o nord ovest, più precisamente dalle località di Due Canali al canale Deglio. L'alluvione ha distrutto diverse centinaia di metri della gora, specie nel tronco a sud est, tuttavia gran parte dell'opera è restata, come il bacino sopra le Prade, che inizialmente si pensò che a creare il disastro fosse stato il cedimento dello sbarramento del piccolo invaso. Quest'opera idraulica di sfruttamento dell'acqua per ricavare energia elettrica, seppur disastrata dall'alluvione, è stata recuperata per ripristinare la captazione idrica dai canali per la nuova centralina realizzata in sostituzione della vecchia centrale elettrica di Cima Cardoso, distrutta dall'evento del 19 giugno 1996.
Per tentare un resoconto delle opere idrauliche e dei ponti che sono stati distrutti durante quel nefasto mercoledì di trent'anni fa, come punto centrale poniamo la presa che incanalava parte dell'acqua del torrente Cardoso con una condotta coperta a piastroni sulla presa del Deglio, chiamata presa di Beniamino e del Battelli. La condotta idrica passava sotto il muro dell'orto della canonica, attraversava lo spiazzo dell' Olmeta e andava a integrare la portata d'acqua del canale Deglio, che è inferiore a quella del Cardoso, soprattutto d'estate. Un terreno chiamato Olmeta si frapponeva fra le aste del Cardoso e del Deglio, che centro metri più a valle confluiva, poco prima del ponte dell'Orzaia,nel Cardoso. Questo spiazzo è stato cancellato dall'alluvione. Era di proprietà della chiesa. Negli anni cinquanta, quando le condizioni della portata d'acqua del Deglio e del Cardoso lo consentivano, era punto di ritrovo per ragazzi della frazione. L'accesso all'Olmeta poteva avvenire camminando lungo la presa di Beniamino o passando dai fondi del Tovani o dei Pieruccioni, da cui, tramite delle scalette, si scendeva nell'alveo del Cardoso, si attraversava una passerella di legno che la piena immancabilmente portava via, e poi camminando sul filo della presa si accedeva all'Olmeta. Quando si riusciva eludere il controllo del parroco, don Oscar Perich. si passava dall'asilo che costruì il babbo di don Bagnoli negli anni 50 del secolo scorso quando il figlio prete era parroco a Cardoso.
Tutto questo non c'è più. Come non ci sono più le case delle famiglie Tovani e Pieruccioni/Santarelli, portate via dall'onda di piena che alle 13,45 del 19 giugno 1996 distrusse gran parte della frazione di Cardoso. Come non ci sono più i lavatoi da Beniamino né il suo signorile giardino sulla sponda destra del Deglio, né la gora lungo la Via Vecchia né i lavatoi della Ninetta (da Ginone) e della Iolanda (Casa di Ugo Baldi). Non c'è più neppure il bottaccio del Battelli a Vallinventri che azionava la turbina elettrica per far funzionare i macchinari del forno dell'Alfò e negli anni'50 di un pastificio e prima dell'ultima guerra forniva la luce a Cardoso e ai paesi vicini di Pruno e Volegno. La casa Pieruccioni, vicina alla canonica, era la casa di famiglia del sindacalista e antifascista Giuseppe Pieruccioni. Fu confinato nell'isola di Ventotene ed è stato membro del CLN che si costituì in Alta Versilia dopo l'8 settembre 1943.
Sempre nella parte a monte della presa di Beniamino è stato distrutto e ricostruito il ponte "Gigiotto" o Firenze" sul Deglio. Distrutta la presa della Vene' sul Cardoso, poco prima, risalendo il paese, delle case di Romeo e del Valè, anch'esse portate via dall'alluvione. Seguendo il canale della Capriola c'era la presa del Santarelli con il relativo ponticello che portava nel suo giardino davanti casa, poi il ponte di cima Cardoso col grande platano, i lavatoi e la buonissima acqua della fontana. Seguendo sempre il canale della Capriola, l'alluvione ha distrutto la presa del Giacomino o del Balduini, il ponte delle Gattaie e poi, a seguire, davanti al Malpasso, il mulino del Luconi con rispettiva presa. Distrutto anche il mulino del Ricci, la gora e i lavatoi di Cima Cardoso. Tornando in dietro, alla confluenza dei canali della Capriola e del Versiglia, al Mulin del Cinto, sopra il magazzino di Gigiotto c'era il ponte per la Colombetta. Distrutto. A monte della casa della Pasquina il pozzo chiamato Piletta, dove l'estate si faceva il bagno, e poi a seguire il ponte al Toro. Addirittura furono realizzati due ponti sovrapposti al tempo in cui fu costruita la strada per la cava di Casalina a seguito di un errore della quota di altezza necessaria. Infatti, quando il fiume ingrossava, l'acqua passava sopra il ponte realizzato al livello più basso. Manufatti sventrati dalla furia dell'acqua. Salendo sul versante destro c'era il mulino del Baldi con relativo ponte e presa, poi al Canaletto un ponticello fatto con due piastroni sul sentiero che portava alle Prade e a S. Leonardo. Tutte queste opere idrauliche che erano state necessarie al passato vivere della Comunità di Cardoso sono sparite in un amen nella voragine aperta dai corsi d'acqua in piena travolgente.
Se la parte alta della frazione è stata quella maggiormente colpita per il numero dei morti, dodici, e per la devastazione delle abitazioni, anche la parte a valle della presa di Beniamino, la borgata di Vallinventri, è stata segnata rovinosamente. Ricordo che in una cucina di una abitazione la piena vi aveva ficcato un castagno. Sicuramente scoprire piante trascinate in casa non fu un caso sporadico. Furono distrutti il laboratorio e la segheria della Pietra di Cardoso della Ditta di Carlo Battelli, il ponte per l'Orzaia. Il Palazzetto di Cardoso fu squarciato. Furono distrutti i ponti del Marrella e del Barsantone, danneggiati tanti edifici. Spazzati via i lavatoi pubblici sulla sponda sinistra del canale della Ballarina, la presa del Franchi, la bella casa e il meraviglioso giardino di ortensie di questa famiglia pietrasantina. Stessa fine toccò alla gora che portava acqua al mulino del Magnani, al ponte del Torello davanti alla fontana del Mancini. Furono distrutte la presa di Enzino, che attraverso una gora incanalava acqua al Mulin degli Ulivi dove un tempo c'era l'attività di un mulino (Baldi), la presa della ferriera Migliorini, che portava acqua al bottaccio e che serviva per azionare lo storico maglio ad acqua che è stato operativo fino al pomeriggio del 19 giugno 1996. Devastati i ponti della Ferriera, di Petarocchia e del Prado della Macina.
Gli attraversamenti sono stati ricostruiti con tipologia a trave o a raso e non ad arco, come lo erano la maggioranza dei ponti distrutti. Alcuni non sono stati ricostruiti: quello delle Gattaie e quelli che attraversavano il fiume sopra il Mulin del Cinto, a monte del magazzino di Gigiotto, per raggiungere la Colombetta e l' Orzaia. Stessa cosa è stata decisa a riguardo del ponticello del Santarelli e dei due ponti sovrapposti in loc. al Toro. Il ponte del mulino dei Baldi l'ha ricostruito la Ditta Vincenti per l'apertura della cava di Pietra del Cardoso. Neanche il ponte del Torello, quello che attraversava il torrente Cardoso a valle del Mulino del Magnani, è stato ripristinato. Nessuna presa è stata invece ricostruita. (Contina)
Giuseppe Vezzoni
nipote della Norma, addì 8.6.2026