Anno XI 
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Scritto da Giuseppe Vezzoni
A. Versilia
22 Aprile 2026

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Stazzema. Dopo varie richieste restate senza riscontro, il 25 aprile 2024, a seguito del l'acquisizione di due documenti a firma del capo partigiano Lorenzo Bandelloni che ufficializzano inequivocabilmente la vicinanza di don Fiore Menguzzo alla Resistenza e alla lotta di Liberazione e che confermano quanto finora era stato ricostruito della sua vita, il Gruppo Labaro Martiri di Mulina ha rotto gli indugi e ha deciso di promuovere una piccola cerimonia commemorativa volta a onorare nella ricorrenza del 25 aprile la figura di don Fiore  con la speranza che questa scelta possa essere istituzionalizzata dal Comune di Stazzema con una posa di una corona di alloro, così come avviene presso alcuni monumenti della Versilia, il tutto a prescindere dalla cerimonia unitaria della Liberazione che si tiene ogni anno a Sant'Anna di Stazzema.
 
Continuare a dimenticare questo sacerdote il 25 aprile sarebbe stato veramente ingiustificabile, soprattutto nel paese in cui iniziò tutto e che è definito Porta del Parco nazionale della Pace.
 
Intanto perché il giovane parroco di Mulina, dopo il buio sulla vicenda bellica durato ben 47 anni, fu protagonista di quella Resistenza evangelica che negli ultimi anni è stata tolta dallo scrimolo storiografico-resistenziale per essere riposta al centro della storia, poiché riconosciuta come una delle componenti essenziali che contribuirono ad abbattere il nazifascismo, ma soprattutto perché don Menguzzo fu anche ufficiale dell'esercito italiano con il grado di tenente cappellano, inquadrato nella Divisione Arezzo e assegnato al 425° Ospedale da campo e inviato in Albania, in zona di guerra. Il 10 maggio 1943 la sua unità a cui era stato assegnato sbarcò a Durazzo. Si era imbarcato a Bari, dove tre giorni prima aveva ricevuto le consegne.
 
Dopo l'8 settembre 1943 fu fatto prigioniero e spedito in un campo di concentramento tedesco che, nonostante le ricerche fatte, fino ad adesso non è stato possibile individuare. Un a impossibilità di localizzazione della prigionia che coinvolge alcune decine di migliaia di militari italiani. Di essi non è stato possibile risalire ai luoghi di internamento. Il tenente cappellano don Fiore Menguzzo potrebbe essere finito in questo buco nero nella storia della prigionia dei soldati italiani che nemmeno la commissione di storici italo tedesca è riuscita a far luce. Nonostante ciò, presumo che presso l'archivio dell'arcidiocesi di Pisa si possa trovare una traccia sulla prigionia del cappellano Menguzzo. Infatti, da notizie tramandate dalla madre del prete, si è saputo che l' arcivescovo pro tempore di Pisa, mons. Gabriele Vettori, s' adoperò fortemente per far rientrare in patria  il primo parroco  della comunità di Mulina, che nel frattempo si era ammalato ai polmoni. L' assenza di notizie certe sul prete può essere datata dall'8 settembre 1943 alla domenica del 2 luglio 1944, festa della Madonna della Misericordie, ricorrenza che nel paese di Mulina si teneva la prima domenica di luglio di ogni anno e che nel 1944 cadde appunto il 2 luglio.
 
La Madonna delle Misericordie del 2 luglio 1944, allora festa molto sentita e che prevedeva di portare triennalmente in processione il quadro della Madonna lungo le vie del paese, fu celebrata da don Fiore, il quale era rientrato alla cura della chiesa di San Rocco presumibilmente a fine maggio 1944. Nel 2019 una testimonianza di una signora residente Pontedera mi informava che suo padre, di cognome Belli, passò alla prima comunione proprio durante la festa della Madonna delle Misericordie del 1944 e che a distribuire la prima particola ai comunicandi del tempo fu don Menguzzo. Ipotizzare il rientro del giovane sacerdote a Mulina a fine maggio appare plausibile anche per il fatto che i suoi parenti, tutti residenti a Pisa, babbo Antonio ( fu ucciso il 12 agosto '44) , mamma Amalia ( il 12 agosto non era nella canonica), fratello Ameglio ( il 12 agosto non era nella canonica), sorella Teresa (fu uccisa il 12 agosto), cognata Claudina (fu uccisa il 12 agosto) e due nipotine, Graziella e Elena ( furono uccise il 12 agosto), lo raggiunsero a seguito dei ripetuti bombardamenti alleati avvenuti nel giugno 1944 ai ponti sull'Arno e sulla città.
 
Nel luglio del 1944 il giovane parroco iniziò ad avere contatti certi con la lotta di liberazione, anche se questa vicinanza potrebbe essere iniziata fin dal suo rientro a Mulina. Un documento partigiano attesta che il 10 luglio 1944 aderisce come cappellano al gruppo comandato da Lorenzo Bandelloni. Il 18 luglio, in uno streto (manufatto contadino per il ricovero degli animali nella parte inferiore e per l'ammasso del fieno nella parte superiore) vicino a Calcaferro, borgata di Mulina, fu costituita la X bis Brigata Garibaldi- Gino Lombardi al seguito dell'avvenuta uccisione a Sarzana, il 21 aprile 1944, del capo partigiano Gino Lombardi.
 
Dopo l'imboscata partigiana nel primo pomeriggio del 31 luglio 1944 alla squadra di militari tedeschi che erano saliti a intimare lo sfollamento di Farnocchia, poiché il comando tedesco, nonostante l'ordine di sfollamento impartito alla popolazione di Mulina la mattina di quel giorno, consentì al prete e ai suoi famigliari di rimanere nella canonica per aver prestato le cure ai militari rimasti feriti nell'imboscata, si presume che il prete tentò di far incontrare il comandante delle SS acquartierate a Ruosina con il comandante partigiano per cercare un'intesa che evitasse sia gli agguati ai militari tedeschi che le rappresaglie contro i civili. Accortosi che il comandante delle SS voleva solo catturare il capo dei partigiani e non stringere un patto di non aggressione, si tirò indietro dal fare da tramite per un accordo/tranello. Per questo poi fu ucciso. Questa è la motivazione che ha dato e firmato il comandante partigiano Lorenzo Bandelloni e che può essere considerata solo una parziale verità. Infatti, se è vero che questa motivazione si ritrova in una supposizione espressa decenni fa da don Giuseppe Vangelisti al direttore di Versilia Oggi Giorgio Giannelli, è altrettanto vero che nella ricostruzione della storia del massacro della famiglia Menguzzo iniziata nel 1991 è emerso che il sacerdote fu oggetto di una delazione finalizzata a metterlo in brutta luce presso il comando tedesco. Ciò fu messo per scritto dal fratello del prete, Ameglio, nella denuncia presentata il 21 maggio 1945 all'ufficio di Pubblica Sicurezza Sud di Pisa.
 
Pertanto la recente acquisizione dei due documenti partigiani ( scannerizzazioni di un rapporto e di una denuncia causa di morte inerenti a don Menguzzo) integra la conoscenza della complessa vicenda del massacro di civili nella canonica di San Rocco. Tuttavia, tenendo di conto che la mattina del 12 agosto operarono fascisti in divisa tedesca, che la sera prima un fascista di un paese vicino tolse la sua bicicletta che teneva nella canonica di Mulina e che le ulteriori acquisizioni intervenute durante questi 35 anni di scandagliamento della storia della strage di Mulina fanno ipotizzare ragionevolmente un addebito della responsabilità anche al clima della feroce guerra civile che fu combattuta in Italia dall'8 settembre 1943 al 25 aprile del 1945.
 
Nella figura del ventottenne parroco di Mulina  sono riassunti tutti i temi : internamento dei soldati italiani, resistenza dei presbiteri, adesione ai valori resistenziali, vittime del nazifascismo, oblio della memoria e contrastato reinserimento in essa.
 
Come si può non onorare il 25 aprile una figura come quella del tenente cappellano don Fiore Menguzzo, del sacerdote martire del 12 agosto 1944, del presbitero alla cui memoria il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferirà il 15 novembre 1999, dopo 55 anni che erano trascorsi dalla sua uccisione, la medaglia d'oro al merito civile.
 
Giuseppe Vezzoni
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