Anno XI 
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Scritto da Giuseppe Vezzoni
A. Versilia
20 Aprile 2026

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Stazzema- Il bastione nella Gola del Rondone è uno straordinario manufatto di cava costruito per contenere il materiale del ravaneto delle Buche del Piastraio ma anche per fare da contrafforte alle via di lizza che una tempo erano state costruite per lizzare i marmi dalle diverse cave soprastanti il versante destro la gola attraversata dal torrente Mulina e che si pone a mezza via tra le frazioni di Pontestazzemese e di Mulina. Ripulire i marmi del bastione dalla patina del tempo e dello smog del traffico dei mezzi si realizzerebbe lungo la provinciale di Stazzema una vetrina espositiva che metterebbe in rilievo le varie colorazioni della breccia medicea (marmo mischio), termine con cui si definisce sommariamente la tipologia del marmo scavata. La breccia tuttavia si differenzia a sua volta con altre definizioni a seconda la colorazione dell'ampia gamma delle venature che la caratterizzano, come calacatta, fior di pesco, paonazzetto o violetto e altro ancora. Al tempo del Granduca di Toscana Cosimo I dei Medici, il marmo più pregiato e che era di esclusivo utilizzo del Granduca era il Filone bandito o Filone Granduca, una tipologia rosata molto ambita e apprezzata nella Firenze Granducale del 1500.
 
Il 7 gennaio 2012 scrissi un pezzo utilizzando la forma del plurale maiestatis per coinvolgere maggiormente l'ipotetico lettore attraverso questa forma desueta, che appartiene alla comunicazione regale e religiosa, ma che tuttavia mi venne spontanea utilizzare per rispondere a un urgere inconscio che mi chiedeva di evidenziare in questa maniera il doveroso ossequio a un luogo che occupa un posto di rilievo nella storia del marmo e per la vasta diramazione geografica in cui la breccia medicea è collocata a imperitura memoria. Un marmo presso il quale si dispiega indubitabilmente l'esercizio della preghiera e che per la solennità dei colori meglio protende il pensiero al trionfo del promesso aldilà, speranza e ricompensa assicurata per senza nulla di questo mondo.
 
La breccia medicea è essenzialmente utilizzata per l'abbellimento di chiese e di palazzi. Nei suoi clasti colorati v'è spolverata la materializzazione di una bellezza creativa soprannaturale.
 
Rifiutando di avvalermi della forma in prima persona singolare, quattordici anni or sono tentai di raccontare il Piastraio e il Rondone attento a non scalfire la sacralità che attraverso i secoli si è instaurata nei luoghi in cui è avvenuto questo connubio tra marmo e fede mariana. Tutto ciò è immediatamente avvertibile penetrando nei silenzi di queste cave. Silenzi che non sono assolutamente tali, poiché ricolmi dall' antropizzazione di un vivere che benché conclusosi è restato nei luoghi e che si ri-manifesta e si ri-consegna a chiunque proceda con animo libero e attento fra i siti e i manufatti di cava del posto.
 
Laddove il silenzio è marmo, passato e preghiera
 
" Temerari e spersi nel silenzio laddove si fa passato e preghiera, anche ieri ci siamo avventurati fra gli agri marmiferi delle Buche del Piastraio, ormai territorio per cacciatori di cinghiali e non più di cavatori. I sentieri sono stati devastati dall'alluvione del 19 giugno del 1996, così come la storica mulattiera che portava al Santuario del Piastraio e al borgo capoluogo di Stazzema. Se sabato siamo saliti dalla Gola del Rondone, ieri abbiamo percorso l'anello inverso: dalla mulattiera che diparte da Culerchia (Mulina) mena al Santuario del Piastraio e poi scende alle cave di breccia delle Buche del Piastraio. L'avita via dei pellegrinaggi si interrompe nell'agro marmifero. Il 19 giugno 1996 l'evento alluvionale sconvolse la Versilia e questa storica sentieristica. Per un centinaio di metri bisogna scendere lungo un vecchio ravaneto che la vegetazione sta rinaturalizzando prima di ritrovare un percorso che poi mena senza difficoltà nel cuore della Gola del Rondone, sulla via provinciale per Stazzema, nei pressi di Ponte di Tomarlo. Da lì si ritorna a Mulina, costeggiando il fiume.
 
In questi due giorni c'era una voce che era troppo forte dentro di noi, tanto da spingerci a ricercare tra le vie della lizza e i ravaneti ricoperti dalla vegetazione qualcosa di cui avevamo bisogno ma di cui non sapremmo nemmeno ora cosa di particolare ci ha spinto tra i ravaneti colorati del Piastraio, se non andare alla cerca di un turbinio di immagini, gesti, voci, rumori, segni ed impianti di cava che si possono riaccendere e rintracciare in quel respiro di vita che fu la Gola del Rondone.
 
I poteaux sulle tecchie di cava sono le sentinelle di un passato si mimetizza nel color ruggine che corrode le attrezzature.
 
Avevamo bisogno di calpestare il corso del tempo e penetrare nel corpo del territorio in cui il silenzio è mistico, laddove il passato sembra cancellato ma se guardi a dove metti i piedi te lo ritrovi frantumato, in pezzi di un puzzle impossibile da ricomporre ma che tuttavia fa (ri) intravvedere il quadro perduto e avvertire l'urto dirompente della dismissione, dell'abbandono, della mancata messa in sicurezza e della rinaturalizzazione spontanea che nasconde ciò che non è stato rimosso: il pericolo. È un dolore per ciò che non c'è più, disperso in un disordine impietoso che tuttavia risveglia la dimensione dell'appartenenza a questo brandello di terra che fu carne per l'esistenza delle comunità ma anche fatica e prove dure di vita che ha richiesto l'assicurarsi il pane quotidiano con il marmo. Nel Piastraio s'avverte straordinariamente un passato di comunione tra cavazione del marmo e la preghiera di chi sapeva bene che alzarsi al mattino non garantiva la certezza del ritorno la sera.
 
È questa gola così acuta, maestoso orrido scavato dal torrente Mulina nell'interfacciamento delle pendici del Monte di Stazzema e del Colle della Fontana, che Cosimo I, Granduca di Toscana, volle collocare nella storia millenaria del marmo, incentivando nel 1500 l'escavazione dei mischi (brecce), fra i quali il Filone Bandito, una varietà color rosa della breccia completamente appannaggio riservato della Famiglia dei Medici, con cui sono stati alzati portentosi palazzi e chiese con altari e colonne di una policromia incomparabilmente unica, di una bellezza e di una solennità universalmente ammirata e consacrata.
 
Ogni tanto andiamo immergerci in questa sorta di lavacro del tempo. Avvertiamo il profondo impulso di respirare il silenzio intriso di eco lontane e dello scorrere in basso del fiume, di tornare far implodere un'intimità che ci ricorda essere appartenenti alla cultura del marmo. Ciò che sembra essere assente è ancora lì, fra quelle vibrazioni misteriose che nascono da un bandone di latta mosso per un riscontro d'aria o dalle infiltrazioni dell'acqua che gocciola nelle fessurazioni del monte.
 
Riscopriamo quell'assenza-presenza nell'aria che assume la luce del marmo, nelle casse armoniche delle pareti di cava che custodiscono ancora i segni dell'uomo, oggi così lontano da queste cenge ricavate su pendici di pura apprensione, talmente improponibili da far dimenticare che sono stati invece luoghi di arduo lavoro e di sviluppo.
 
Lasciando questo sommovimento materiale ed emozionale, seguendo le orme fresche lasciate dagli scarponi dei cacciatori di cinghiale troviamo il passaggio nello sventramento causato dall'alluvione del 1996 per ritornare sulla mulattiera, appena sotto la marginetta crollata a cui il Cardinal Maffi aveva concesso l'acquisto di un'indulgenza parziale di cinque giorni con la recita di preghiere. Siamo appena sotto il Santuario della Madonna del Piastraio, i cui muri giallognoli si intravedono tra gli spogli castagni. Due montate e poi, dopo la svolta a gomito della mulattiera, siamo nella piazzetta del Santuario della Madonna del Bell'Amore: l'unico santuario della Diocesi di Pisa, riconosciuto a livello Vaticano e ricordato dal Papa Giovanni Paolo II nel settembre 1989 durante la visita pastorale alle Arcidiocesi di Lucca e Pisa. La chiesa, nel 2021 correrà il duecentesimo della sua costruzione , è stata riaperta al culto dei fedeli nel maggio 2012 dopo essere restata chiusa dal 2000 per una serie di interventi di manutenzione al tetto e all'annesso edificio della Casa del Pellegrino. La Madonna del Piastraio è miracolosa e fino a mezzo secolo fa era meta di pellegrinaggi che si svolgevano nei mesi di maggio e di settembre. I cavatori dei luoghi erano particolarmente devoti alla Madonnina del Piastraio, considerata la loro protettrice. Dal maggio 2012 il gruppo di preghiera di Paolo Brosio ne ha fatto punto di arrivo per diverse celebrazioni della Via Crucis, collocando le stazioni anche lungo il sentiero secondario che mena alla frazione di Mulina e che è stato riattivato dall'Unione dei comuni della Versilia. Come già scritto ieri, questo sentiero è stato interrotto all'altezza dell'11ª Stazione dal crollo di un grosso castagno.
 
L'anello Gola del Rondone, Buche del Piastraio, Santuario e ritorno nel fondovalle di Mulina è una sentieristica che sarà recuperata, Essa rappresenta la storia dei luoghi, dove il marmo e la preghiera furono il connubio che cementò l'appartenere delle popolazioni ad una terra da amare, da conoscere, da rilanciare". (Giuseppe Vezzoni-addì 7.1.2012)
 
Giuseppe Vezzoni
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