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Scritto da Redazione
Cronaca
13 Aprile 2021

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Si è presentato con il cappio al collo. Una delle sue provocazioni, sempre soft, per carità, ma efficaci e dense di significato. E se ieri, a Roma, Momi di #IOAPRO aveva alzato le mani con tanto di manette chiuse come simbolo della protesta dei ristoratori 'maledetti' e 'ribelli', oggi, a Firenze, Samuele Cosentino da Lucca ha messo al collo un bel cappio, di quelli che, in altri tempi nemmeno tanto recenti almeno a casa nostra, servivano a strangolare i condannati a morte con o senza regolare processo.

Cosentino è così, del resto, individualista e, allo stesso tempo, capace di caricarsi la croce sulle spalle e andare avanti lungo quella che, a tutti gli effetti, per i ristoratori è una Via Crucis devastante e ininterrotta. Così, questa mattina alle 11.30, ha preso il microfono nel corso della protesta organizzata e annunciata da Confcommercio di fronte al palazzo della prefettura di Firenze.

Lui, consigliere di Fipe Confcommercio Lucca, è stato delegato a intervenire direttamente dal presidente Benedetto Stefani (Antica Trattoria Stefani) e dai vice presidenti Simona Del Ry (Peperosa) e Antonio Fava (Osteria Dal Manzo).

Cosentino non è un rivoluzionario tantomeno un ribelle, ma non è neanche uno disposto a farsi prendere in giro da una politica o da politici che egli stesso definisce 'cattivi'. Non è, quindi, aprioristicamente contro la politica in quanto, a suo avviso, attaccare la politica a prescindere è un madornale errore. Esiste, infatti e secondo quanto ha spiegato, una buona politica 'ed è quello di cui abbiamo bisogno'.

Fatta questa premessa anche per distinguersi da altre metodologie di lotta della categoria e dopo aver esordito dicendo che l'unico fuoco che a noi piace vedere è quello dei nostri fornelli accesi, il ristoratore lucchese ha sciorinato i dati, impietosi, relativi al suo settore: una ecatombe dove la disperazione è diventata, ormai, generalizzata.

Samuele Cosentino, da diplomatico, ma, a volte, a ghigna dura, ha usato il fioretto per cercare di far capire al Governo e a chi sovrintende alle scelte, che è giunto il momento di guardare in faccia la realtà perché così non si può andare avanti. Ed è per questo che, senza tanti fronzoli, si è messo il cappio al collo, perché questo cappio significa molto e cioè che senza un cambiamento immediato di rotta, esso si stringerà sempre di più al collo dei ristoratori fino a farli morire soffocati.

E allora?

Allora subito riaprire, almeno a pranzo, affinché i componenti del cosiddetto Comitato Tecnico Scientifico e chi sta loro dietro si rendano conto che non sono i ristoranti aperti a far decollare il numero dei contagi tanto più che, dopo 13 mesi di chiusure più o meno totalizzanti, il virus è sempre lì che circola e non per colpa di chi svolge l'attività di ristoratore. Scelte sbagliate finora quindi? Cosentino lo fa chiaramente intendere anche se con il suo solito aplomb.

Una data certa chiede Cosentino, ma che sia domani, dopodomani al massimo, perché oggi è già tardi e anche ieri era come oggi. E domani? Tutto dipenderà dalla possibilità di aprire, almeno a pranzo, altrimenti quel cappio finirà per uccidere una intera categoria.

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