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Scritto da Redazione
Cronaca
31 Ottobre 2020

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Un giornalista, ancor più se cronista, sta dove c'è la notizia. Sempre e comunque. E' la prima, fondamentale regola di questo mestiere. A meno che non lo si voglia stravolgere come già stanno facendo i nuovi teorici del giornalismo a distanza ossia di coloro che le notizie le raccolgono stando con il culo sulla sedia davanti al Pc a impaginare le veline e i comunicati diffusi a piene mani dagli uffici stampa visto che, ormai, anche il porco ne possiede uno.

Un cronista di nera o di bianca o di rosa o di sport sta sempre in mezzo alla strada perché è soltanto se sta a contatto con le sue potenziali fonti di informazione e con i destinatari di ciò che scrive può capire e saper comprendere oltreché spiegare. Le scuole di giornalismo possono insegnare tutto, ma non potranno mai insegnare quel che l'empirismo insegna ossia l'esperienza sul campo.

Così, dopo aver intervistato Mohamed El Hawi, il giovane ristoratore fiorentino di origini egiziane e di religione musulmana proprietario di tre ristoranti a Firenze tra cui Tito Baracca in via Francesco Baracca a Novoli, siamo andati a vedere se, effettivamente, avrebbe mantenuto quel che aveva promesso.

Aveva, cioè, detto che il suo locale - Covid o non Covid, Conte o non Conte, Burioni, Arcuri, Ricciardi e Capua o non Burioni, Arcuri, Ricciardi e Capua - sarebbe rimasto aperto come sempre fino alle 22 con regolare servizio al tavolo. Provare per credere. Lui ha 50 dipendenti e siccome il Governo mente quando dice che arriverà la cassa integrazione e visto che, appunto, quest'ultima è ferma a marzo e la gente non può campare con i discorsi dei politici che guadagnano 12 mila euro al mese garantiti, lui a chiudere non ci pensa nemmeno. E che vengano con l'esercito a farlo se hanno proprio voglia di mettere sul lastrico cinquanta famiglie. A proposito, è pronto a incatenarsi alla saracinesca del suo locale piuttosto che rinunciare a lavorare.

Quindi dove avrebbe dovuto essere, ieri sera, un giornalista o un cronista con gli attributi professionali: ce lo ha insegnato Stefano Cecchi, grande amico, ex caposervizio alla Nazione a Lucca e giornalista di grande cultura e spessore umano. Deve stare dove sente profumo o puzza di notizia costi quel che costi. Altrimenti meglio andare a pulire i cessi.

Così, alle 19, siamo saliti sulla nostra auto in compagnia del fotografo immancabile, l'inesauribile Cip al secolo Ciprian Gheorghita, rumeno di nascita, ma italiano di adozione e molto più italiano di tanti cacasotto, e siamo partiti alla volta di Novoli. Quando siamo arrivati, grazie anche al nostro Google Map, alcuni clienti attendevano di entrare quasi increduli che fosse possibile vivere come si poteva vivere fino a domenica scorsa quando la classe politico-digerente - il ristorante per i parlamentari ha riaperto la sera, loro sì noi povere bestie a casa - che ci governa ha deciso di metterci in lockdown anticipato in attesa di farlo completamente.

E' stato Momi a venirci incontro e a farci accomodare nella sala spaziosa e con i tavoli a debita distanza, non più di quattro persone ad ogni tavolo. Dobbiamo ammettere che ci siamo emozionati come ai primi tempi della nostra professione e questo sia perché sentivamo di essere in prima fila sia perché assaporavamo il gusto della notizia in esclusiva sia anche, infine, perché le pizze di Tito sono pressoché uniche in Italia essendo preparate con un impasto particolare e leggerissimo, al punto che, confessiamo, ne abbiamo mangiate tre, ma non c'è stato bisogno nemmeno di un digestivo essendo digeribilissime. 

Il segreto, apriamo una parentesi, sta in Tito, il papà di Momi che lui chiama babbo come tutti i toscani nonostante entrambi provengano da Ismailia in Egitto e i genitori di Mohamed siano musulmani praticanti, ma assolutamente contrari a tutto ciò che è violenza. E Tito, infatti, chiamato così da quando arrivò, 40 anni fa, a Roma, è visibilmente amareggiato per l'attentato di Nizza per il quale non usa mezzi termini o perifrasi: "Chi compie questi gesti non è musulmano, è un pezzo di merda. Il Corano non insegna a uccidere, io sono musulmano, ma vivo in pace con gli altri e rispetto le loro tradizioni. Mi sento anche italiano e conservo l'Italia nel cuore visto che ci vivo da sempre".

Seduti ordiniamo: in primis una pizza quattro formaggi e, dopo, una dietro l'altra, due pizze napoletane con mozzarella di bufala. Sono talmente leggere che nemmeno c'è bisogno, quasi, di masticarle. Una goduria. Ci guardiamo intorno, i commensali sono tutti intenti a mangiare e a trascorrere una tranquilla serata. Possibile che siano loro gli untori tanto massacrati e accusati da questi scienziati che trascorrono le loro esistenze tra laboratori, microscopi e coefficienti matematici? No, non è possibile. Vogliono ucciderci in nome di una scienza che non ha più niente di umano.

Ha chiamato la Nazione, il Corriere Fiorentino. Noi segnaliamo la notizia a tutti quei colleghi che hanno voglia di fare qualcosa di diverso dai passacarte del regime. 

La serata trascorre serena, non arrivano gendarmi con i pennacchi né uomini in divisa o anche in borghese a intimare la chiusura immediata. Peccato, eravamo qui a documentare il tutto. Noi facciamo questo mestiere, appunto, documentare anche quello che può dare fastidio al main stream e a coloro che, a Roma, pensano di poter dirigere le nostre esistenze senza comprendere che, almeno noi, ma non siamo soli, vogliamo essere liberi di scegliere come morire e tra il morire - molto difficile - di Covid o precipitare nella miseria e nell'inedia e morire di depressione o di fame, scegliamo senza dubbio il rischio di contagiarsi ammesso che si possa chiamare rischio osservare le regole senza precipitare nell'assurdo.

Momi riceve messaggi di solidarietà, ma anche di preoccupazione da parte di rappresentanti di categorie che hanno paura di essere scavalcati a... sinistra e che vorrebbero, invece, limitarsi a parole, comunicati stampa, proteste formali. Mohamed non ci sta e ha ragione. I suoi dipendenti li guardiamo: sono tutti ragazzi che vivono del loro stipendio, con molti che, a casa, hanno moglie e figli, che appartengono a tutte le etnie, che se si ammalano di Covid guariscono, come la stragrande maggioranza del popolo, in pochi giorni e senza traumi. Perché dovrebbero fermarsi? Per chi? Per cosa? E perché, allora, anche i nostri politicanti da strapazzo non rinunciano allo stipendio e si mettono in cassa integrazione? Ve lo diciamo noi: perché fanno schifo.

Concludiamo il pasto con una stretta di mano - azz..., è vietata anzi, sconsigliata. Forse meglio il saluto romano o il pugno alzato? - e ci accorgiamo che, almeno per noi, fare questo mestiere non vuol dire limitarsi a essere i semplici diffusori del pensiero unico, gli altoparlanti o i registratori di ciò che dicono i più forti, bensì non rinunciare mai alla propria autonomia di pensiero e all'indipendenza di giudizio senza le quali siamo automi sempre pronti ad essere vaccinati. Contro tutto, anche contro l'evidenza.

 

Foto e video di Ciprian Gheorghita

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