Un tempo dopo la Messa in Cena Domini, ma in Alta Versilia è chiamata Messa della lavanda dei piedi, veniva esposto il Santissimo Sacramento: l'Ostia Grande (magna) veniva tolta dal tabernacolo e collocata nella cella dell'Ostensorio che, dopo un apposito rito, era sistemato in alto, al centro dell'altare, per le 40 ore di Adorazione. Le campane venivano "legate" e non suonavano nella giornata del venerdì santo e quella del sabato fino a dopo le ore ventitré, orario in cui iniziava la messa della Notte di Pasqua. Il batacchio era coperto con un panno per impedire che, inavvertitamente, battesse nel bronzo ed emettesse un suono. Al canto del Gloria le campane iniziavano a suonare per salutare con giubilo la Resurrezione del Signore. Per esempio a Cardoso, dove ho vissuto le mie prime Pasque e tante di quelle che ci sono state dopo essere venuto ad abitare a Mulina di Stazzema, dal finestrone della cella campanaria un campanaro guardava in basso, verso la porta della chiesa da cui un chierichetto sarebbe spuntato per avvertire con un ceno che il Gloria era stato intonato. Dopo due giorni d'assoluto silenzio, il suono delle campane apriva letteralmente i cuori alla gioia della Pasqua.
I paesi uscivano dai due giorni in cui era stata rispettata la crocifissione di Gesù. La maggioranza delle famiglie, bimbi inclusi, si erano recati in chiesa per osservare l'obbligo di dedicare almeno un'ora d' adorazione durante le quaranta ore d' esposizione del Santissimo. Nelle chiese, la mattina presto del Venerdì Santo era allestito il sepolcro. Tutte le statue e le immagini sacre nei quadri venivano coperte da drappi viola. La chiesa era trasformata in una grande camera funeraria. Nel tardo pomeriggio del venerdì santo si teneva il rito che in alcuni paesi era indicato in modo colorito e improprio "Messa Rovesciata o Svoltolata" per la ritualità tutta particolare con cui si celebrava un tempo questo rito nel giorno del lutto cristiano e di attesa della resurrezione. Infatti non è una Messa ma una funzione religiosa che prevede l'adorazione della Croce. Il celebrante si spogliava del piviale e si toglieva le scarpe. Le chiese erano immerse e protette da un silenzio quasi irreale. Nei pressi dell'edificio imperava il divieto di fare rumore o di parlare ad alta voce, ma nei paesi si respirava un'atmosfera di lutto e di contrizione generale. Il Venerdì Santo era considerato vigilia nera, ossia vigeva il divieto assoluto di mangiare carne. Imponeva anche l'obbligo di desinare e di cenare in maniera molto parca se non di astinenza pura. I bambini più grandicelli erano sensibilizzati a fare il fioretto di saltare la merenda e di offrire a Gesù questa privazione. Anche in questa maniera il ragazzino iniziava a prepararsi a rispettare gli obblighi imposti dalla vigilia. Durante le giornate del venerdì e del sabato a scandire l'orario del mezzogiorno (l'Angelus)e del Credo (ore 18)ci pensavano gruppetti di ragazzi che sostituivano i rintocchi delle campane facendo rumore con le greciole, le tremole, gli zufili e le bucchie di castagno stioccheggiate sui muretti, nelle rughe, sui piastronati. Passavano nel mezzo dei paesi a scandire questi due orari della giornata Nelle vicinanze della chiesa cessavano di far rumore. Il sepolcro era allestito solitamente su un lato della chiesa: lungo una navata o in un transetto. A Cardoso il sepolcro era preparato nella navata verso l'Orzaia, davanti all'altare della Madonna Addolorata. Venivano posizionati vasi di piante dalle grandi foglie romboidali verdi e lucenti come quelle dell' aspidistria, fiori viola e bianchi e vasi di veccia, semi di grano e granturco fatti germogliare nell'assoluto buio in cui erano stati tenuti per 40 giorni dalle donne che pulivano e avevano cura delle chiese.
Purtroppo tante tradizioni religiose e popolari vanno scomparendo, come le benedizioni delle case, che un tempo venivano fatte prima della Santa Pasqua, ma che oggi si effettuano anche dopo questa solennità. E' stato perso il sentimento di mettere in ordine la casa, di imbiancarla e di fare le pulizie all'esterno di essa in prossimità della benedizione delle case. Anche le dimore più umili un tempo venivano ripulite e imbiancate per l'occasione. Oggi non c'è più l'apprensione di far trovare tutto in ordine quando "passa il prete", e spesso il prete non fa più il giro della casa benedicendo ogni stanza ma semplifica e tranquillizza coloro che vorrebbero far benedire tutti gli spazi con la rassicurazione che "la benedizione attraversa i muri e le porte".
Un'altra tradizione che si sta perdendo è quella della colazione della mattina di Pasqua, che prevedeva tassativamente l'acqua e le uova sode benedette. Senza esse non era una colazione pasquale. Il mi' nonno Togno e la mi' nonna Beatrì la pensavano così, tanto che mi'pa', molto restio a bere l'acqua benedetta, la mattina di Pasqua doveva adeguarsi poiché il mi' nonno, che era cieco, se capiva che la colazione non iniziava con quel "rito" gli principiava a dar noia il cappello e dimenava la testa in segno di disapprovazione. La mi'nonna era invece più diplomatica e riusciva a fare buon viso a cattivo gioco. Noi nipoti ci copriva se la Norma, la mi' zia, non spifferava tutto. A quel punto bisognava bere l'acqua benedetta che era in quella bottiglietta tanto cara al Togno. Assolto il dovere, esplodeva la colazione pasquale che in casa del mi' nonno era "pantagruelica. La mi' nonna ai fornelli e al forno ci sapeva fare e aveva una concezione tutta sua sulla quantità, che un comune mortale definirebbe da sfondati. Per la sua bravura era chiamata a fare la cuoca durante i pranzi dei preti che una volta si tenevano nelle canoniche dopo le feste patronali. Nella colazione della mattina di Pasqua non mancavano le torte con l'uvetta, la torta putta, il buccellato, la buonissima torta al cucchiaio con il latte di capra, pecorino, uova e spezie che chiamo "pasimata" ma che quasi sicuramente non è il nome corretto. Una torta che non ha mai insegnato a fare a nessuno e che in occasione della Pasqua ricordo sempre. La tavola della colazione pasquale era apparecchiata come quella di mezzogiorno. Non mancava il fisco del vino, la marsala, il cognac Tre Stelle, il vermouth Martini, la Strega. Enorme era quella Bialetti per il caffè che chiudeva la colazione dopo aver aperto l'uovo di cioccolata che era grande quanto il piacere che aveva la Norma del cioccolato. La colazione di Pasqua iniziava dopo la prima messa, intorno alle otto e terminava all'incirca dopo un'ora e mezzo. A Cardoso, dopo la colazione, c'era la gara con la boccia di ferro fra due squadre di giocatori. Vinceva la squadra che per prima faceva giungere la boccia in piazza del comune, a Pontestazzemese. La squadra perdente pagava l'aperitivo e subiva lo sfottò fino alla successiva Pasqua. Con la colazione per nulla smaltita, a pranzo attendevano i tordelli, che erano a riposare dalla mattina nella zuppiera tenuta a bagnomaria, e nel forno il galletto arrosto con le patate. Un galletto vero, che per staccare la carne dall'osso servivano denti sani e forti e non quelli posticci.