Anno XI 
Venerdì 19 Giugno 2026
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Scritto da Giuseppe Vezzoni
A. Versilia
19 Giugno 2026

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Stazzema_ Al paese di Cardoso mi legano i ricordi dei miei primi tredici anni di vita: la frequentazione giornaliera della casa del nonno Togno, della nonna Beatri e della Norma, il passare alla cresima e alla comunione che una volta rispettava questa cronologia oggi invertita, i giochi nell'Olmeta, i pozzi del fiume, soprattutto quello sotto il ponte dell'Orzaia e la mitica Piletta, in cui nel tardo pomeriggio i ragazzi più grandi facevano il bagno. A Cardoso ho frequentato l'asilo realizzato dal padre di don Bagnoli nei fondi della canonica e alla cui maestra volevo regalare un vestito con i campanellini d'oro quando sarei divento grande, le scuole elementari al Palazzetto, dalla prima alla quinta sempre con il maestro Sergio Gherardi, il maestro di Stazzema che mi ha fatto amare lo scrivere i temi. Ho fatto il chierichetto a don Oscar Perich e, durante i rientri in famiglia, al salesiano don Agostino Magnani. Sono andato a prendere il latte dal Torello in piazza della chiesina di Vallinventri e, d'estate, con il fiasco con la veste di fettucce di castagno intrecciate sono andato all'acqua fresca alla Ballarina, alla Parina o all 'Isola, così era chiamata la sorgente distrutta dall'alluvione che si trovava al di là del fiume di fronte al Palazzetto, quasi sotto alla cava di spezzoni di macigno del Beppe e del Danì, Sono salito e risalito al logo che la nonna aveva a Le Prade, ho visto il nonno Togno dentro una grande botte pigiare a piedi nudi l'uva della vigna sotto il bottaccio il cui vino faceva strizzare il viso già prima prima di assaggiarlo, mi sono dilungato con la magia dell'eco sul Col della Panta che mi riportava ubbidiente e instancabile il finale della parola urlata. Ho visto fumare il metato della selva a Piastri dopo giornate dedicate a riempire i grembiali di castagne, il taglio della legna e il faticoso ammassarla presso la funicolare del Col della Panta che aveva la stazione di arrivo al Muli del Cinto, a Cima Cardoso. Ho visto ammassare i travi di castagno sotto l'arco della Gemma e sentito i moccoli uscire dalla Grotta di Giulietto per uno scarto sbagliato a scopone o a briscola simile alla fuga di ragazzotti sorpresi dal proprietario a fregare nel suo podere le ciliege, l'uva, i fichi o quant'altro.
 
Eppure quel sabato mattina del 22 giugno 1996 non riconoscevo il paese in cui ero vissuto trascorrendo gli anni che emotivamente non si dimenticano e che restano appiccicati per l'intera vita: quelli da bambino. Ero completamente stordito e non riuscivo a raccapezzarmi se davvero mi trovassi nel paese in cui avevo scaprettato in lungo e in largo. Camminavo all'altezza dei primi piani delle case. Forte era l'impressione che le abitazioni si fossero rimpiccolite e che lo scoscendere dei torrenti dalle montagne della Pania, del Monte Forato e dal Nona si fosse riappropriato dell'ancestrale scorrere fino al mare, quando l'uomo non aveva ancora iniziato a regimarli e a costringerli in uno spazio sempre più piccolo, fra case e ponti. Ma oggi non intendo (ri) raccontare quella mattina che con mio figlio Simone ci costrinse a risalire l'alveo del torrente Cardoso che si era impossessato con impensabile violenza distruttiva dello spazio della via. Quel viaggio nel tempo cancellato lo fissai con un pezzo che quasi sicuramente fu pubblicato su Il Tirreno o sul mensile Versilia Oggi ma di cui oggi non so fornirne un preciso riscontro. Ma so di averlo raccontato e non voglio aggiungere altro se non il fatto nella cucina dei nonni c'era ancora il possente acquaio di marmo in cui la nonna Beatrì lavava i piatti e le pentole e quegli enormi bicchieri dal vetro spesso che diventavano recipienti micidiali quando erano riempiti di vino ma soprattutto con i ponci negli a veglio natalizi in casa del Togno. Dopo un ponce bevuto dalla Beatrì del Togno si poteva sortire dalla porta in canottiera anche se fuori brillavano i candeli di ghiaccio dallo scolo del monte della Via Vecchia, presso Beniamino. Perfino il continuo mettere becco della Norma, che spifferava vita, morte e miracoli di tutti, perfino del prete, che per il mi' nonno era una figura intoccabile. Guai a dirne male. Reagiva come quando sentiva smoccolare da Giuliotto: brandiva il cappello e si alzava scandolizzato e usciva dalla Grotta, una taverna che era vicino alla chiesa, cercando la strada con il bastone da cieco. Se non c'erano i muli legati alla casa della Naqdì, guardato dalla piazzetta dalla moglie Beatrì, era autonomo: scendeva le scalette, costeggiava il marciapiede tastando con il bastone la bordatura ed entrava da Giuliotto. Almeno due o tre volte al giorno andava a pregare in chiesa. In questo caso la moglie lo guardava attraversare la strada e costeggiare dalla parte opposta la casa dei Pieruccioni, di Pippo e di Pippetta, e del Vincè Tovani e poi il muro della canonica per arrivare alla porta della chiesa, quella vicina alle scale della canonica. L'entrata che varcano i cardosini che stanno a monte della chiesa, mentre gli abitanti a valle, quelli che risiedono a Valinventri, entrano in chiesa dalla porta vicina alla croce delle missioni, a sinistra del canale del Cimitero (Deglio). Tutto questo fintanto che c'erano poche auto e motori, poi in chiesa lo doveva accompagnare qualcuno; la Norma recalcitrava ma la Beatrì, finché è stata la Beatrì del Togno la domava. Poi toccava ai nipoti. D'estate il gelato all'apetta del Parigino era assicurato. La trombetta faceva correre i nipoti dal Togno per comprare un cono di gelato da 5 lire. La Norma invece si gustava il gelato nel bicchierino, con la palettina di legno, poi di plastica colorata. Noi nipoti sapevamo che era giusto così: alla Noma spettava un riguardo speciale.
 
Quel sabato mattina di trent'anni fa in cui raggiunsi Cardoso lo spazio in cui riusciva a muoversi il Togno e si fermava il Parigino a vendere il gelato non c'era più. Solo una grande fiumara grigia che scendeva da Cima Cardoso. Erano sparite le case lungo il fiume e un cratere di rovine si era aperto a Cima Cardoso.
 
Di colpo divenni cieco come il mi' nonno. Con il bastone dei ricordi cercai quel pezzo di paese che non vedevo più. Non lo trovai. Guardai dalla porta la cucina dei miei nonni lasciata intatta dall' immensa onda di piena: il possente acquaio era rimasto lì a testimoniare una quotidianità spazzata via. Al canto del camino non riuscii a posizionarci il mi' nonno Togno né intorno al mettitutto la mi' nonna Beatrì Neanche la Norma vicina alla radio, seduta al tavolino. Era sparito tutto..., meno lo sfacelo lasciato dall'alluvione. (Continua)
 
Giuseppe Vezzoni
 
nipote della Norma
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