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Sabato 13 Giugno 2026
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Scritto da Redazione
Cultura
13 Giugno 2026

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"Fortissimi. Emigranti sul ring: un secolo di battaglie in America". Si intitola così la nuova mostra della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell'emigrazione italiana che racconta una pagina poco conosciuta, ma entusiasmante, delle vicende dell'esodo degli italiani in America nel Novecento.

L'esposizione è realizzata con la Provincia di Lucca a Villa Argentina (Viareggio) dal 13 giugno al 2 agosto 2026: è a ingresso libero e a cura di Massimo Cutò e Pietro Luigi Biagioni, che nel 2022 avevano già hanno dato vita alla precedente esposizione di grande successo "Navi di carta. Cento anni di emigrazione italiana oltre oceano", a Palazzo Ducale. L'evento è un'anteprima della quinta edizione del festival "I Musei del Sorriso", organizzato dal Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca, di cui la Fondazione Paolo Cresci è capofila, in collaborazione con la Fondazione Toscana Spettacolo e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

Icone, lottatori, guerrieri della Valle Peligna, forzuti, i pugili: i "Fortissimi" sono emigranti che scelsero di prendere il mondo in mano contando solo sulla forza delle braccia. Alcuni sono diventati famosi, come Primo Carnera e Leone Jacovacci, altri sono rimasti sconosciuti. Tutti sono caduti e si sono rialzati, sono saliti orgogliosamente sul quadrato cercando lassù un riscatto sociale, la gloria e una fortuna che li ha spesso ignorati. Attraverso immagini e documenti originali, la mostra ripercorre questo duro cammino nel racconto di esistenze uniche e valorose. Oltre 20 le storie che saranno narrate, comprese le vicende dei pugili lucchesi Gino Buonvino e Simone Chelli di Coreglia Antelminelli, nel volume di Massimo Cutò, con i contributi di Pietro Luigi Biagioni, Gianfranco Vangolli e la prefazione di Maddalena Tirabassi.

«La rassegna espositiva allestita a Villa Argentina - dichiara il presidente della Provincia, Marcello Pierucci - ha molteplici aspetti di risalto da sottolineare. In primis è una vetrina importante in Versilia per l'attività storico-scientifica e di ricerca della Fondazione Paolo Cresci su un tema come quello dell'emigrazione italiana. Inoltre valorizza la Villa come polo espositivo e culturale, che è tra le finalità principali di questo splendido spazio recuperato dalla Provincia ed infine affronta un tema poco conosciuto oggi, legato al fenomeno migratorio del '900 e soprattutto allo sport che per molti italiani diventava veicolo di affermazione sociale ed emancipazione. La mostra è un viaggio nel tempo affascinante che consiglio a tutti di percorrere». 

Il grande esodo degli italiani tra Ottocento e Novecento. 

 "Molti italiani per le strade d'Europa e d'America, oppure esuli dalla propria terra, hanno superato ostacoli enormi in cerca di riscatto e affermazione – scrivono i curatori Massimo Cutò e Pietro Luigi Biagioni -. C'è chi ha vinto e chi è uscito perdente dalla sfida, ma ciascuno ha combattuto la sua battaglia dando e prendendo colpi. Senza indietreggiare" .

 "È stato il più grande esodo di un popolo nella storia moderna - ricorda la presidenteAve Marchi - . Nel 1861 l'Italia unita contava 26 milioni di abitanti. Nel secolo successivo, altrettanti sarebbero andati via inseguendo la fortuna: nel 1910 New York era la quarta città italiana per numero di abitanti dietro Napoli, Roma e Milano. Questi temerari sono stati osteggiati e vilipesi, vittime dei pregiudizi, ghettizzati in quartieri miserabili. Ciò malgrado, i flussi migratori hanno lasciato un'impronta indelebile per l'arricchimento delle economie e delle culture altre da noi. E nel contempo le comunità all'estero hanno contribuito alla formazione del carattere e dell'identità nazionale". 

"La maggioranza degli emigranti era di sesso maschile e in età attiva – proseguono i curatori -. A cavallo tra Ottocento e Novecento e fino agli anni Trenta ha prevalso il flusso transoceanico, cedendo il passo a quello europeo solo nel secondo Dopoguerra: all'inizio del secolo scorso il viaggio in treno dalla Sicilia alla Germania costava più di quello in nave per l'America. In cento anni sono sbarcati negli Usa 5,7 milioni di persone, 3 milioni in Argentina, 1,5 milioni in Brasile. La paga era bassa, l'avvenire un'incognita. Uno solo l'imperativo: tirar su i soldi da spedire a casa. La via più semplice era salire sul quadrato. Nella moltitudine indistinta dei senza gloria, alcuni diventarono qualcuno".

 La mostra interessa il piano terra di Villa Argentina, dov'è allestita anche una sala di proiezione di filmati d'epoca sul tema, con pannelli, gigantografie, oggetti che raccontano le loro storie, provenienti principalmente dalla collezione di Massimo Cutò e della Pugilistica Lucchese, presieduta da Maurizio Barsotti.

 

FORTISSIMI. Emigranti sul ring: un secolo di battaglie in America.

A cura di Massimo Cutò e Pietro Luigi Biagioni

 

13 giugno – 2 agosto 2026

Viareggio - Villa Argentina (via Amerigo Vespucci 44, Viareggio)

Aperta da martedì a domenica 9.30-13.30 | 15.00-18.30

Chiusa il lunedì.

Per informazioni: 05841647600, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Approfondimento - Le icone

Enrico Bertola era nato a Carrara nel 1922, aveva vissuto una infanzia difficile nel quartiere più povero della città e a 16 anni scaricava sacchi di carbone. Finché scoprì la boxe. Vinse il titolo italiano dei mediomassimi, passò professionista, attraversò l'oceano. Era un gigante, idolo della comunità italo-americana, ma finì in mano a un clan mafioso di Chicago che gestiva match e scommesse. Il 4 ottobre del '49 il manager lo spedì sul ring davanti a un avversario molto pericoloso, ex detenuto, di quelli che vincevano o perdevano a comando. Bertola gli resistette coraggiosamente per dieci riprese, poi perse conoscenza negli spogliatoi. Morì in ospedale il giorno dopo: aveva 26 anni e un record di 33 vittorie in 42 incontri.

Il suo è stato un destino comune a tanti. Legato al corpo, i muscoli, la tenacia, la voglia di emergere. Con la forza delle braccia e dei pugni, perché gli emigranti era combattevano per la vita in fabbrica, nei cantieri dei grattacieli, sui binari delle ferrovie, sfruttati dai caporali nelle campagne. Spediti allo sbaraglio sul ring. L'avventura della vita randagia aveva radici lontane. Risaliva all'Italia di fine '800, unita sulla carta ma povera, contadina, debole e malnutrita: ci si ammalava di pellagra e si moriva di miseria. Lo specchio deformato di quel Paese erano per paradosso i fenomeni da circo, i lottatori tra arene e fiere, i forzuti ambulanti che in piazza spezzavano le catene gonfiando il torace. Oltre ai colossi del cinema muto: primo fra tutti Maciste, il camallo genovese Bartolomeo Pagano che diventò la star di Cabiria (1914) e di Maciste alpino (1916), patriottico giustiziere degli austriaci nella prima guerra mondiale.

Primo Carnera, friulano di Sequals, classe 1906, emigrò in Francia dove lavorò come muratore e attrazione in un circo. Il suo strapotere fisico lo portò sul ring a Parigi, in Germania e Inghilterra. Poi il grande salto nel '29, lo sbarco in America. Lì raggiunse la celebrità diventando il primo italiano campione del mondo nella boxe: il 29 giugno 1933 a New York superò il detentore del titolo dei massimi Jack Sharkey per ko alla sesta ripresa. La sua fama dilagò al di qua e al di là dell'oceano: era un omone di 120-130 chili, alto 197 centimetri (c'è chi scrisse 205), scarpe numero 52. Era soprannominato "La montagna che cammina" per la stazza imponente. Chiuse la carriera nel catch in patria, eterno simbolo di forza smisurata.

Leone Jacovacci, nato in Africa nel 1902, è stato pugile e lottatore. Un italiano mulatto: il padre ingegnere romano emigrato in Congo per lavoro, la madre figlia di un capo tribù. Girò il mondo finché gli fu riconosciuta la cittadinanza. Nel 1928 conquistò il titolo europeo dei medi nello Stadio nazionale del fascismo, davanti a 40mila spettatori, battendo il milanese Bosisio. Il nero che supera un bianco, un meticcio che avrebbe rappresentato la Nazione all'estero: il regime non poteva tollerarlo. Jacovacci finì dimenticato in un cono d'ombra.

Bruno Sammartino, sconosciuto in Italia, era un mito negli Stati Uniti. L'idolo delle minoranze. Nato nel 1935 a Pizzoferrato, paese dell'entroterra abruzzese, ultimo di sette fratelli partito quindicenne con la nave da Napoli come emigrante in Pennsylvania, è diventato il campionissimo della lotta. I suoi record sono imbattibili: "È stato più grande del wrestling stesso", ha detto di lui Arnold Schwarzenegger.

Nino Benvenuti, nato nel 1938 a Isola d'Istria, è stato pugile, attore, commentatore sportivo, giornalista e scrittore. Ha vissuto il dramma della sua terra passata nel Dopoguerra alla Jugoslavia: esule a Trieste, s'è portato dentro l'incubo della repressione titina. L'ascesa nella boxe è stata l'orgoglio e la rivincita. Dentro il ring era uno stilista, il suo pugilato fu paragonato a un'opera d'arte. Dopo l'oro olimpico a Roma nel '60, tenne sveglia l'Italia in ascolto davanti alla radio: era la notte del 17 aprile 1967, conquistò il titolo mondiale dei medi al Madison Square Garden di New York superando l'americano Emile Griffith.

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