Il vicepresidente di Italia Nostra Versilia, Claudio Grandi ha fatto una lunga riflessione sul pino secolare caduto a Viareggio in seguito alla tempesta di ochi giorni fa. "C'è qualcosa di profondamente triste nella fotografia del pino di sant'Andrea dopo la tempesta. Non soltanto perché un grande albero è caduto, ma perché con lui scompare una presenza che per decenni ha fatto parte del volto di Viareggio.E prima ancora di parlare del pino, è giusto ricordare cosa si è abbattuto sulla città e sulla Versilia. Quello del 9 settembre non è stato semplicemente un episodio di vento forte. E' stato un fenomeno meteorologico di eccezionale intensità, riconducibile a quelle violente correnti, definite downburst: masse d'aria che precipitano dalle nubi e, raggiunto il suolo, si espandono con raffiche violentissime. Nell'evento di Viareggio ha raggiunto una velocità attorno ai 130 chilometri orari. In pochi minuti la città è stata investita da una forza straordinaria: alberi abbattuti, in Darsena capannoni scoperchiati, ingenti danni agli stabilimenti balneari;le immagini di quelle ore raccontano meglio di qualsiasi parola la violenza dell'evento.
Il pino di sant'Andrea non ha resistito. Fortunatamente senza conseguenze per le persone. E la chiusura della strada, disposta proprio in attesa di ulteriori verifiche, ha certamente contribuito a evitare conseguenze peggiori. La sicurezza, dunque, viene prima di tutto. Ma proprio per questo è importante non confondere due piani diversi: la responsabilità di chi deve tutelare l'incolumità pubblica e il valore di ciò che una città sceglie di conservare.Per settimane, intorno a quel pino, si era aperta una discussione che non riguardava soltanto il suo eventuale abbattimento. Centinaia di cittadini si erano mobilitati chiedendo che fosse cercata una soluzione diversa. Non si trattava semplicemente di dire non tagliatelo: era stata avanzata l'idea di pedonalizzare la strada di via sant'Andrea davanti alla chiesa, di ridurre la superficie asfaltata, di restituire spazio e aria alle radici e, insieme all'albero, costruire un nuovo piccolo spazio verde.
Era una proposta che guardava avanti. Anche la Soprintendenza di Lucca aveva chiesto al comune e alla Curia di adottare misure per evitare l'abbattimento dell'albero monumentale, riconoscendo il valore nel paesaggio e nella storia urbana. Non era, dunque, una fissazione di pochi ambientalisti, né una battaglia nata da una generica ostilità verso le decisioni amministrative. Poi è arrivata il downburst..
E oggi qualcuno sembra voler utilizzare la caduta del pino come una sentenza retroattiva: è caduto dunque avevano ragione quelli che volevano abbatterlo; chi lo difendeva deve ricredersi, magari chiedere scusa.Ma non funziona così.Un evento meteorologico eccezionale non può trasformarsi, a posteriori, nella prova della bontà di una posizione politica. Il fatto che un albero sia caduto non dimostra che fosse giusto abbatterlo settimane prima, così come la sua eventuale conservazione non avrebbe potuto costituire una garanzia contro la forza della natura.Quello che si poteva fare era assumere decisioni responsabili sulla base delle conoscenze disponibili. Ed è precisamente ciò che rendeva sensata la richiesta di ulteriori verifiche e di prove sulla stabilità dell'albero.Nel comunicato della sindaca Sara Grilli, la caduta del pino diventa soprattutto l'occasione per rivendicare la correttezza delle decisioni assunte sulla sicurezza e per attaccare l'opposizione, accusata di avere strumentalizzato la vicenda.
Tutto legittimo nel confronto politico. Ma colpisce ciò che manca: il sentimento della perdita. Quasi nessuna parola per il grande albero che Viareggio ha perduto. Quasi nessun rammarico per un elemento del paesaggio cittadino che la stessa Soprintendenza aveva considerato meritevole di tutela.
Si può essere rigorosi sulla sicurezza e, contemporaneamente, provare dolore per la perdita di un albero importante. Le due cose non sono in contraddizione.
Anche l'intervento dell'ex sindaco Giorgio del Ghingaro, con il suo sgangherato sarcasmo nei confronti di chi aveva difeso il pino, appare francamente fuori misura. Definire scienziati della chiacchiera e 'comitati della fuffa' coloro che avevano chiesto la conservazione, pretendendo da loro addirittura autocritica e scuse, trasforma una perdita cittadina nell'ennesimo regolamento di conti politico e ostentare pochezza. E forse proprio qui sta la differenza fra amministrare e avere cura. La prima cosa impone di assumersi responsabilità e decidere. La seconda richiede anche la sensibilità di comprendere ciò che una decisione o un evento, può sottrarre alla città. Del Ghingaro, peraltro, interviene oggi su questa vicenda dimenticando forse che il tema del verde di Viareggio non nasce con il pino di sant'Andrea. Chi ha avuto responsabilità amministrative per dieci anni dovrebbe avere anche la memoria necessaria per accettare che sulla gestione del patrimonio arboreo della città si possa e si debba discutere, senza liquidare con una battuta chi pone il problema. E' una cattiva disposizione. Difficile da sradicare, questa. Come si vede. Il pino è caduto. Questo è il fatto. Ma non è caduta con lui la ragione di chi chiedeva di tentare fino in fondo la strada della conservazione. E non dovrebbe cadere nemmeno la domanda più importante: che cosa significa aver cura di una città?
Significa certamente prevenire i rischi, controllare, mettere in sicurezza. Ma significa anche riconoscere il valore delle presenze che il tempo ci consegna e non consumare il verde urbano come qualcosa di sostituibile a piacimento. Quell'albero non può più essere salvato. Ma possiamo ancora scegliere che cosa fare di ciò che la sua caduta lascia. Possiamo limitarci a contarne i danni, oppure raccogliere quella memoria e traformarla in una nuova idea di spazio pubblico: più verde, meno asfalto, più attenzione alle alberature, più coraggio nel progettare una città nella quale gli alberi non siano soltanto ostacoli da gestire, ma parte qualificante del suo patrimonio. Perché la cura non consiste soltanto nel salvare ciò che può essere salvato.Consiste anche nel non dimenticare ciò che abbiamo perduto".